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sabato 19 settembre 2015

Le storie della stanza 5... Film: Cisanello, agosto 2015


Cisanello, agosto 2015

Ho fissato quella parete per giorni e per notti. Interminabili notti e altrettante interminabili sequenze buie di immagini. Quelle dei miei incubi, dei pensieri negativi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, a quelli della morfina e di tutta la miscela di farmaci somministrati via endovena, con interminabili flebo.


I brevi momenti di preghiera, consentiti dal mio Credo, hanno alleviato il grigiore di quello strano scorrere di miserie. Come il vento di libeccio, con la sua azione poderosa, riesce a portare via tanta nuvolosità in poche ore.

Lo schermo-parete, così è diventato, a momenti alterni, cinema tridimensionale in quadricromia e giornale in solo bianco e nero: talvolta più nero del suo stesso stato, per far intendere meglio la precarietà della nostra breve esistenza, con le proprie immagini piatte, senza dimensioni e prospettive, rimaste impresse nei fotogrammi di una pellicola usurata e contenente figure di mostri dalle ampie fauci, pronte a ingoiarmi insieme alle mie paure.

Come fuori senno ho riso, pianto e meditato in contemporanea, raccogliendo informazioni e dati per poi poter riportare il tutto su questa pagina. Ho immagazzinato il buono nel poco spazio disponibile delle mie meningi e ho cestinato il cattivo nella mia cartella di trash biologica. Ne sono usciti fuori quattro racconti. 

Insomma, sceneggiature che, a raccontarle, raffigurano epiloghi di un "drogato", certo non per mia scelta. Episodi che possono capitare a chiunque, visualizzabili in semplici sogni o atroci incubi. Cose strane che mi hanno fatto riflettere. Pertanto le ho volute raccontare.


TC 


Potrete leggere i racconti facendo clic sui titoli sottostanti:








e... prima dell'intervento chirurgico:

Il tarlo ha intaccato il Ciocco!

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mercoledì 2 settembre 2015

Ponte di Mezzo, Pisa Centrale: andata e ritorno - Da "Le proiezioni nella stanza 5" di Tiziano Consani


Sono seduto sulla tribuna posta sulla parte di tramontana, quella sul lungarno Mediceo, e sto osservando il Gioco del Ponte che è iniziato. Il sole batte ancora forte e i combattenti stanno mantenendo la posizione del carrello ben ferma al centro, esattamente fissa. Sono troppo lontano per vedere le facce tirate e sotto sforzo di coloro che, dopo quasi un anno di ferrei allenamenti, stanno cercando di rendere onore, ciascuno, per le proprie fazioni di appartenenza: Mezzogiorno e Tramontana. La voce che esce dagli altoparlanti è quella di Ferruccio Bertolini, calcesano D.O.C., rende tutti partecipi dello sforzo sostenuto dagli uomini, aggiornando, in diretta, sugli attacchi che i capitani delle singole squadre, momento per momento, comandano ai loro uomini. Nonostante che l'atmosfera sia carica di tensione e di folclore pisano, accanto a me, alcuni turisti stranieri ed altri di nazionalità italiana, battibeccano con due dei nostri concittadini su cose, direi, assurde, per un pisano come me e del tipo: fa caldo, c'è troppa afa, non c'è il tendone, c'è troppa gente, il carrello sul ponte sta fermo troppo a lungo, mi son venuti due palloni da basket, i combattenti si son messi d'accordo fra loro e fanno finta di spingere per far durare il gioco più a lungo e, in ultimo, guarda quello lì, con il frac e il cappello a cilindro, in tinta nera unita, che cosa ce l'hanno messo a fare sulla tribuna, conciato a quel modo e che cosa c'entra, lui, con questo gioco. Per quest'ultimo elemento, effettivamente, anch'io, non capisco che cosa ci stia a fare quello strano tipo, fra l'altro proprio seduto accanto a me, alla mia sinistra. La curiosità verso quel personaggio mi fa perdere l'attenzione dal gioco. Ogni tanto, giro la testa verso di lui e lo osservo. Mi chiedo quanto sia proprio ridicolo e, come faccia, con questo caldo a stare dentro il suo completo scuro. Assomiglia ad un lord inglese d'altri tempi. Mentre lo guardo, lui si volta verso di me e, nel nostro idioma pisano mi dice: "Gao! Che ci hai da guardammi 'osì!", al che, meravigliato, rispondo: " Se chiacchieri 'n pisano, ora sì, che mi fai vienì voglia di statti a guardà!, O di 'n dove vieni, te, conciato a cotesto modo 'ostì!". Lui mi guarda e tace, poi tira fuori da una tasca del frac una pipa, tutta scorticata, ne sfroona il fornello con il dito indice, tutto ingiallito e con l'unghia lunga quasi due centimetri e, senza alcuna logica, mi scuote tutto il contenuto sul piede sinistro, sbattendo la pipaccia sul mio ginocchio, ripetutamente. Mi viene voglia di dargli un man rovescio ma mi controllo e mi limito a dargli del maleducato. Lui mi guarda con fare sorpreso. Lo guardo negli occhi piccoli, profondi e rossastri: non mi piacciono affatto. Abbasso, disgustato, lo sguardo e la direzione dei miei occhi va a cadere sulle mani dello strano individuo e vedo che la pelle dei polsi e del dorso di quest'ultime è incartapecorita, sembra quella di un vecchio di oltre cento anni. Le dita son gialle come quelle di un fumatore incallito e le unghie sono lunghe, sporche e disgustose. Mi sento in disagio mentre lui, da una tasca interna del suo completo impeccabile, in forte contrasto con il corpo sciatto che lo riempie, tira fuori un piccolo scrigno circolare dorato, ne solleva il coperchio usando l'unghia lunga del suo indice come leva e ne estrae un pizzicotto di tabacco dall'odore schifoso. Lo infila nel fornello della pipa ben ripulita che teneva sempre fra le mani, ce lo pigia bene dentro utilizzando sempre il medesimo indice, ben unghiato, come ho già detto, di almeno due centimetri rispetto a quelle, seppur abbastanza lunghe, delle altre dita. Poi, sotto il mio sguardo attonito, infila una di quelle manacce nella tasca della mia camicia e ci estrae un fiammifero di legno. Lo accende sfregandolo su uno dei suoi polsi rinvecchiniti e, come se l'avesse strusciato su un pezzo di carta vetra, quello si accende e, lui, se ne serve per appiccare il fuoco al tabacco nella pipa. Nel frattempo comincia a tirar su aria dal cannello del suo odioso strumento di vizio e a tirar fuori fumo denso che, senza tanti preamboli, mi getta in faccia sotto forma di anelli dall'odore nauseante: un misto fra il puzzo della stipa bruciata e quello del letame inzuppato di piscio di un ovile. Mi alzo deciso a dargli una labbrata ma, in quel preciso istante, Ferruccio annuncia che il carrello sul ponte si sta muovendo, anzi, i combattenti della parte di Mezzogiono hanno ceduto e Tramontana ha vinto questo combattimento. Le grida di gioia degli appartenenti alla fazione vincente, me compreso, saturano l'ambiente e il resoconto in dettaglio dello spikeraggio di Ferruccio, insieme agli abbracci dei vincitori con i perdenti e viceversa, mi fa dimenticare, per alcuni minuti, l'uomo nero. Finita l'euforia del primo combattimento il gioco riprende con i combattenti del successivo turno. Nel sedermi al mio posto, mi ricordo il dove ero rimasto e mi volto, verso la mia sinistra, guadando dove prima stava l'individuo. L'uomo non c'è più ma, al suo posto, c'è il suo frac ed il suo cappello a cilindro e, sotto di esso, c'è una specie di foglio vecchio ingiallito, ripiegato, sporco, unto e fuligginoso, sembra un'antica pergamena. Sopra, in inchiostro color rosso sangue, c'è scritto un messaggio, in pisano e in una bella grafia da miniatore certosino: "O bimbo! Qui c'è un cardo cane che mi fa svaporà! Io vaggo a fummà la pipa ar mi' ber fresco! T'aspetto anco te! Vieni alla stazione, ar binario uno e piglia 'r sottopassaggio a manca! 'Un fa' tardi perché sennò 'r treno parte e, te, lo perdi! A doppo!" 
Rimango esterrefatto. Cerco di assistere ai combattimenti che stanno avvenendo sul ponte ma con il cervello fuori dalla mia abituale razionalità. Mi alzo e come un automa, a piedi, sotto il sole, arrivo fino al Ponte della Fortezza, contorno le mura del Giardino Scotto, raggiungo Piazza Guerrazzi, proseguo in via Cattaneo e, in breve tempo, raggiungo la stazione centrale. Vi entro e mi pongo davanti al binario "uno" e attendo, non so bene chi o che cosa...
Un capo stazione si accorge del mio stato poco vigile, si avvicina e mi chiede se sto bene e se ho bisogno di aiuto. Gli rispondo assente che devo salire sul treno al binario davanti a me. Lui insiste e mi chiede dove devo andare. Rispondo di nuovo di non conoscere il luogo di destinazione. Il capo stazione incalza con un: "Mi faccia vedere il biglietto!", ma io gli faccio intendere, senza pronunciare parole, a gesti delle mani, di non averlo. Allora, lui, mi dice che senza biglietto non posso viaggiare. Poi mi indica la biglietteria e mi consiglia pure di tornare a casa. "Se vuole le chiamo il 118.", aggiunge. Gli rispondo che sto bene, che non ho bisogno di niente e lo ringrazio, mentre i miei ingranaggi cerebrali pensano ad altre cose ed in particolar modo al quello strano messaggio scritto. 
Alla stazione di Pisa centrale ci sono, davanti al binario uno anche, ma non mi torna l'ultima traccia indicativa, cioè il fatto di prendere il sottopassaggio e girare a "manca", cioè a sinistra.
Sto corrodendomi le meningi sul fatto che per recarmi al binario uno occorra utilizzare il sottopassaggio, quando, invece, il binario è già lì, davanti a me e che, anche utilizzandolo, il sottopassaggio stesso, scendendo le scale, verso la direzione di sinistra, c'è il muro che delimita l'ingresso della stazione, mentre la discesa in questione permette l'ingresso ai binari dal numero due in poi, cioè quelli che si trovano sulla parte destra. La logica, nell'immediato, non mi permette di scendere gli scalini, ma qualcosa di non so che sta muovendo le mie gambe ed i miei piedi. Così mi ritrovo alla fine del sottopassaggio e, come ben so, sulla destra ho la galleria che porta ai binari e alla mia sinistra un bel solido muro.
Mi desto per un attimo appoggiandomi con le spalle al quel muro, guardando in direzione del cunicolo che ho davanti e che porta ai treni. Non faccio in tempo ad accostarmi che mi sento cadere all'indietro come se il muro dietro di me avesse la consistenza di un foglio di carta igienica. Mi spavento e con un colpo di reni riesco a ritornare al mio posto mentre sta passando una coppia di genitori con figlio al seguito. Il padre porta il bimbo, che avrà al massimo tre anni, a cavallo sulle spalle e, insieme a quella che penso sia la moglie e la mamma del bimbo, dopo aver sceso l'ultimo scalino del sottopasso, girano verso destra in direzione dei binari dandomi le loro spalle. Il bimbo però si volta, mi guarda e urla: "Babbooo, mammaaa! Guardate, guardate! Quell'òmo è sartato fòri dar murooo! O com'ha fatto? ". "O niniii, ma che dici, guà, ci manchi anco te a raccontà le bischerate! Vai, 'n tra pòo sèmo 'n sur treno e 'n quer mentre che s'arriva a Livorno, dalla tu' nonna, ti fai 'na bella dormita e smetti di pensà a chi sòrte fòri da muri!". "O com'è cotto dar sole 'r mi bèr topo, déh!" risponde la mamma a ruota. Io non faccio in tempo a salutare con una mano il bimbo che, con il collo girato verso di me, continua a guardarmi mentre una mano fredda prende il mio braccio trascinandomi dentro al muro, sotto lo sguardo pietrificato di quel bimbetto. Non credo proprio che dormirà sul treno nel tragitto di andata verso la città labronica.

Cado all'indietro sul pavimento, davanti a me ho il muro e dietro di me, dove dovrebbe essere la piazza di ingresso della stazione centrale della mia città di nascita, ho il binario uno...
Sul binario, unico, perché non ce ne sono altri, c'è un treno modernissimo, di colore rosso e verde, di quelli ad alta velocità, e, davanti a me, incitandomi a salire velocemente perché il treno è in partenza, c'è lui, l'uomo nero in frac e cappello a cilindro. Gli dico che non ho il biglietto e lui, porgendomi la sua mano unghiata, gialla e sporca, mi fa cenno che sto per perdere l'occasione, aggiungendo che il biglietto non serve e che offre lui, con vero piacere. Ho caldo, tanto caldo, sudo liquido maleodorante e puzzo come una capra e lui mi offre fresco e refrigerio eterno...

..Mi desto, indietreggio, mi volto verso il lato opposto al binario, verso il muro e inizio a correre dopo aver, per tre volte, fatto il gesto del vaffanculo con il braccio e la mano, anzi glielo dico anche: "Per te, per er tu' treno e per la tu' pipaccia che puzza di stipa strinata!". Corro verso il muro, lo attraverso, salgo le scale subito a destra e, in un baleno, sono fuori dalla stazione, quella vera, quella reale. Svelto raggiungo il Ponte di Mezzo e, arrivo, appena in tempo per ascoltare la voce di Ferruccio che annuncia la vittoria di Tramontana, anche per quest'anno 2015!


TC






Da:  LA STANZA N. 5 - Cose strane -

Ho fissato quella parete per giorni e per notti. Interminabili notti e altrettante interminabili sequenze buie di immagini. Quelle dei miei incubi, dei pensieri negativi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, a quelli della morfina e di tutta la miscela di farmaci somministrati via endovena, con interminabili flebo.

I brevi momenti di preghiera, consentiti dal mio Credo, hanno alleviato il grigiore di quello strano scorrere di miserie. Come il vento di libeccio, con la sua azione poderosa, riesce a portare via tanta nuvolosità in poche ore.

Lo schermo-parete, così è diventato, a momenti alterni, cinema tridimensionale in quadricromia e giornale in solo bianco e nero: talvolta più nero del suo stesso stato, per far intendere meglio la precarietà della nostra breve esistenza, con le proprie immagini piatte, senza dimensioni e prospettive, rimaste impresse nei fotogrammi di una pellicola usurata e contenente figure di mostri dalle ampie fauci, pronte a ingoiarmi insieme alle mie paure.

Come fuori senno ho riso, pianto e meditato in contemporanea, raccogliendo informazioni e dati per poi poter riportare il tutto su questo foglio bianco. Ho immagazzinato il buono nel poco spazio disponibile delle mie meningi e ho cestinato il cattivo nella mia cartella di trash biologica. Ne è uscito fuori qualcosa che, nei prossimi giorni, posterò un po' alla volta su questa mia pagina.

Insomma, sceneggiature che, a raccontarle, raffigurano epiloghi di un "drogato", certo non per propria scelta. Episodi che possono capitare a chiunque, visualizzabili in semplici sogni o atroci incubi. Cose strane che mi hanno fatto riflettere. Pertanto le ho volute raccontare.


TC 




martedì 1 settembre 2015

Tartarughine - Da "Le proiezioni nella stanza 5" di Tiziano Consani




Vedo, in lontananza, avanzare verso di me una figura che all'apparenza potrebbe essere una donna vestita con un abito di tessuto di vari colori. In risalto, il cappello variopinto e una lunga gonna dal colore fortemente lucido, fra l'amaranto e il marrone scuro. Veste una camicetta verde pistacchio che ricopre un busto senza la minima rilevanza di seno. L'indumento è abbellito da disegni di gocce di rugiada, gialli, rossi, blu e marroni. Mano a mano che la vedo avvicinarsi, mi rendo sempre più conto che non è una donna vera e propria, o meglio, sicuramente è un essere femmina ma non certo umano. La sua faccia è, in effetti, costituita da due facce unite fra di loro, ciascuna completa di due occhi e due nasi. La bocca, invece, è una sola, centrale, acqua e sapone, molto bella, direi certamente sensuale. La parte destra del viso della figura ha i lineamenti di una donna di colore, del nord Africa, con gli occhi marroni grandi e la pelle color cioccolato, con il naso piccolo e rotondo, quasi nascosto fra le guance e le cavità oculari. L'altra parte del viso, quella di sinistra, ha sempre lineamenti femminili ma con pelle chiarissima, occhi verdi come lo smeraldo e molte lentiggini sul naso pronunciato ma perfetto, con caratteristiche da donna del nord Europa. I capelli non sono una vera e propria capigliatura ma sono un insieme di piume dalle decine di colori, dove la predominanza della cromìa è data dal rosso, dal giallo e dall'azzurro, accesi: somigliano alle piume di un grosso pappagallo dei tropici. Più che la figura si avvicina, più mi rendo conto che di umano non ha niente. Le braccia sono estremamente lunghe e sproporzionate rispetto al corpo, anzi, partono dalle spalle e arrivano per terra. Al posto delle mani ha due tartarughine che da piccole, che sono, ingrossano a vista d'occhio fino a diventare di dimensioni di circa quindici centimetri di diametro, con la testa totalmente fuori dal proprio guscio e la bocca aperta e affamata. Quella che sembrava una lunga gonna in tessuto è in realtà un unico blocco di legno di mogano laccato e la figura non ha piedi ma si muove verso di me come se fosse sollevata su un cuscino d'aria. Ad un tratto si ferma a circa un paio di metri dal mio letto, tende nella mia direzione entrambe le braccia magrissime e, queste, come fossero costituite da un insieme di tubi telescopici, si pongono a pochi centimetri, sopra il mio letto. A tal punto le due testuggini, con le loro bocche voraci, iniziano a mangiarsi, come se fossero di lattuga fresca, i pantaloncini corti che indosso: quelli di carta che mi sono stati forniti dal reparto ospedaliero e che ho definito, appena il personale infermieristico me li ha infilati addosso, come i "carzoncini di Pinocchio".
Appena le due testuggini hanno terminato il loro banchetto, le loro dimensioni si riducono nuovamente a quelle originarie iniziali, piccole, di circa tre o quattro centimetri cadauna. A tal punto la faccia bifronte, dell'essere, si apre nella sua parte centrale, quella che delimita i due volti e che li separa in modo tale da sembrare il combaciare, insieme ed allineato, di due ante . Infatti, come se fossero sportelli di un mobile d'arredamento, o le due ante di una finestra, essi si aprono verso l'esterno. I due visi uniti, ruotando di centottanta gradi, uno verso sinistra e l'altro verso destra, diventano elementi grotteschi, vuoti e grigi nel loro interno, che vanno a guardare ciò che è dietro la figura e cioè la parete della stanza. È così che l'apertura, a libro, delle due facce fa scoprire, dietro di esse, un volto mostruoso, con un solo piccolo occhio bavoso e una enorme fauce spalancata colma di denti acuminati, sia sulla circonferenza esterna, sia nella cavità interna. Il mostro ha una gola profonda dalla quale fuoriescono fumo nero e lingue di fuoco. Una specie di diavolo-squalo mi sta fagocitando senza che io possa fare assolutamente niente per evitare l'evento.
Chiudo gli occhi aspettando di essere il pasto primario della belva e vedo quest'ultima inghiottirmi in un solo boccone, con lettino e cannelli di drenaggio inclusi...


...Due labbra umide e profumate, di intensa essenza femminile mi baciano, prima sulla fronte e dopo sulla bocca. Apro gli occhi, lì per lì non vedo nulla e nessuno, finché, sullo sfondo laterale sinistro della stanza, ferma, con metà corpo dentro la parete e l'altra metà fuori di quest'ultima, scorgo la mia donna che mi guarda intensamente con i suoi bellissimi e grandi occhi neri. Poi apre il palmo della mano, lo pone sotto il suo mento e mi ci alita sopra un soffice bacio, prima di sfumare, subito nell'attimo successivo, dentro il sottofondo grigio di quello strano schermo.

TC


Da:  LA STANZA N. 5 - Cose strane -

Ho fissato quella parete per giorni e per notti. Interminabili notti e altrettante interminabili sequenze buie di immagini. Quelle dei miei incubi, dei pensieri negativi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, a quelli della morfina e di tutta la miscela di farmaci somministrati via endovena, con interminabili flebo.

I brevi momenti di preghiera, consentiti dal mio Credo, hanno alleviato il grigiore di quello strano scorrere di miserie. Come il vento di libeccio, con la sua azione poderosa, riesce a portare via tanta nuvolosità in poche ore.

Lo schermo-parete, così è diventato, a momenti alterni, cinema tridimensionale in quadricromia e giornale in solo bianco e nero: talvolta più nero del suo stesso stato, per far intendere meglio la precarietà della nostra breve esistenza, con le proprie immagini piatte, senza dimensioni e prospettive, rimaste impresse nei fotogrammi di una pellicola usurata e contenente figure di mostri dalle ampie fauci, pronte a ingoiarmi insieme alle mie paure.

Come fuori senno ho riso, pianto e meditato in contemporanea, raccogliendo informazioni e dati per poi poter riportare il tutto su questo foglio bianco. Ho immagazzinato il buono nel poco spazio disponibile delle mie meningi e ho cestinato il cattivo nella mia cartella di trash biologica. Ne è uscito fuori qualcosa che, nei prossimi giorni, posterò un po' alla volta su questa mia pagina.

Insomma, sceneggiature che, a raccontarle, raffigurano epiloghi di un "drogato", certo non per propria scelta. Episodi che possono capitare a chiunque, visualizzabili in semplici sogni o atroci incubi. Cose strane che mi hanno fatto riflettere. Pertanto le ho volute raccontare.


TC 

L'angelo bello e la Cosa - Da "Le proiezioni nella stanza 5" di Tiziano Consani





Prologo 

L'infermiera mi lascia seduto sulla tazza del WC, mi chiede se deve restare, le rispondo che non mi pare il caso. Mi alzo, poi mi volto e guardo, con soddisfazione, lo sprofondare del mio elaborato fecale nel vortice d'acqua del mulinello prodotto dallo sciacquone: segno di una sicura ripresa del flusso biologico personale.

Nel medesimo istante che dedico a cotanta e quanto meno riflessiva osservazione, un capogiro: chiamo per due volte l'infermiera fuori dalla porta e... buio totale! 


L'angelo bello e la Cosa


La sequenza di fotogrammi che si pone davanti alla mia visuale è irreale. C'è una figura eterea, quasi trasparente, femminile, con un viso bellissimo, di una bellezza indefinibile, dai capelli mossi e biondi, lasciati cadere sulle spalle e sui due meravigliosi seni nudi, con due occhi azzurri e tanto profondi quanto possa esserlo un oceano. Ha occhi bellissimi e magnetici che mi attirano a sé e mi fanno fremere di  desiderio, più carnale che spirituale. 

Mi muovo, in direzione del mio angelo bello, come un piccolo frammento ferroso viene attratto da un magnete poderoso. Non voglio far niente per impedire quell'evento e riesco solo a fremere di incontenibile e morboso desiderio. 

Sto per raggiungere la figura e da questa esserne risucchiato, dentro la sua aurea di bellezza, nei suoi occhi, in un mare limpido e trasparente, pieno di luce bianca, rarefatta, quasi invisibile, con una serenità totale. 

Sono lì, quasi sulla linea di arrivo quando, proprio in quell'istante, arriva rumorosamente uno strano essere , grosso, brutto e grezzo, dal corpo costituito di pietra verrucana*, che mi ricorda la "Cosa", uno de "I Fantastici 4", celebre quartetto fantasy dei fumetti di alcune decine di anni fa. Tanto che, così, con tale medesimo nome, immediatamente, lo inizializzo in anagrafe. 

La Cosa, con le sue manone giganti, quanto incredibili, agguanta l'angelo bello per il collo e, prima, strizzandoglielo, gli fa schizzare i meravigliosi occhi azzurri verso l'esterno e, poi, dopo, ne fa esplodere l'attraente e irresistibile figura in infinite lingue di fuoco che vengono ingoiate dalle profondità bollenti di un pozzo invaso da urla agghiaccianti. 

La Cosa mi guarda, mi strizza una delle sue due cavità oculari mostruose e scavate nella durissima pietra di Calci e, con voce roca e profonda, mi dice: "Vai Pòrdo, anco 'uesta è fatta! Certo che 'un ti si pòle lascià solo 'n menuto e guarda, 'n po' po', te, che troiài 'ombini!" Poi si gira e torna indietro nella direzione dalla quale era arrivato, rumoreggiando come un Caterpillar della ditta "Grandi"di Coltano. 


Epilogo 

Sono steso sul lettino, un' infermiera mi sta tenendo le gambe alzate, un'altra mi schiaffeggia e mi tiene la testa all'indietro, due medici e il primario mi guardano con aria apprensiva. Vomito sul pavimento della stanza 5, l'intero bicchiere d'orzo della mia colazione, insieme alle due fette biscottate che ci avevo inzuppato dentro.

Elettrocardiogramma, ecografia, rilievo della pressione circolatoria e tre emocromo consecutivi eseguiti a fasi progressive nei giorni a seguire, non evidenziano anomalie dell'intervento e/o patologie fisiche. I medici mi rassicurano e dicono che, talvolta, capita che un paziente recentemente operato, perda conoscenza. Mi raccomandano di stare tranquillo anche se la degenza si prolungherà di qualche giorno per osservazione. 

* Pietra verrucana: durissima roccia, impiegata un  tempo per la costruzione di macine da mulino e originaria della Verruca: una località di Calci (PI).

TC

Da:  LA STANZA N. 5 - Cose strane -

Ho fissato quella parete per giorni e per notti. Interminabili notti e altrettante interminabili sequenze buie di immagini. Quelle dei miei incubi, dei pensieri negativi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, a quelli della morfina e di tutta la miscela di farmaci somministrati via endovena, con interminabili flebo.

I brevi momenti di preghiera, consentiti dal mio Credo, hanno alleviato il grigiore di quello strano scorrere di miserie. Come il vento di libeccio, con la sua azione poderosa, riesce a portare via tanta nuvolosità in poche ore.

Lo schermo-parete, così è diventato, a momenti alterni, cinema tridimensionale in quadricromia e giornale in solo bianco e nero: talvolta più nero del suo stesso stato, per far intendere meglio la precarietà della nostra breve esistenza, con le proprie immagini piatte, senza dimensioni e prospettive, rimaste impresse nei fotogrammi di una pellicola usurata e contenente figure di mostri dalle ampie fauci, pronte a ingoiarmi insieme alle mie paure.

Come fuori senno ho riso, pianto e meditato in contemporanea, raccogliendo informazioni e dati per poi poter riportare il tutto su questo foglio bianco. Ho immagazzinato il buono nel poco spazio disponibile delle mie meningi e ho cestinato il cattivo nella mia cartella di trash biologica. Ne è uscito fuori qualcosa che, nei prossimi giorni, posterò un po' alla volta su questa mia pagina.

Insomma, sceneggiature che, a raccontarle, raffigurano epiloghi di un "drogato", certo non per propria scelta. Episodi che possono capitare a chiunque, visualizzabili in semplici sogni o atroci incubi. Cose strane che mi hanno fatto riflettere. Pertanto le ho volute raccontare.


TC