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domenica 25 ottobre 2015

Pòrdo, s'è vorsuto fa' 'r pane bòno da sé!




Sì! 
Óggi ho vorsuto fa’ ‘r pane! Quello bòno. Quello fatto col la farina ‘ntegrale der mulino. Quella col la semmola e ‘r germe der grano drento. Quella che se la lasci sta’ ferma 'n der sacco, 'n paio di mesi, senza manovralla, s’arriempie di farfalline, che vedi vòla appena apri ‘r pacco: perché drento ‘un c’ènno e’ ‘onservanti! Mì’a di ‘uella bianca, ch’ènno bòni tutti a trovalla, ‘n su li scaffali de le botteghe. Che ‘un va a male nemmeno ‘n tra cent’anni, da troiai che ni danno per falla mantené.

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H
ó fatto ‘r pane con quella scura! Pareva, ‘r pane bòno, ch’un si potesse fa senza ‘r robottolo che va di moda òra e che ci vòl mill’euri col la giunta, per comprallo. Tutte bischerate! Dette e fatte per fa' girà e' ‘uarini. ‘Un è vero nulla! Sapete cosa ci vòle per fa’ ‘r pane? Ci vòl la voglia di fallo e l’olio di gomiti drento a’ diti de le mano! E ‘mpastà, ‘mpastà, fino a fassi venì e’ crampi a’ bracci! ‘N ne l’impasto abbisogna ‘nfilacci drento l’incazzatura de la giornata, finacché ‘un è sortita tutta fòri da’ diti. A quer punto, ‘r pane è pronto per èsse’ ‘n fornato ‘n quarsiasi forno bello cardo. Sicché ‘un ci vi vòle nemmeno ‘n forno da panaio!



E che pane bello e cotto è viensuto! Mì’a come quer molliccione, senza crosta, che fanno ‘n serie e ci vogliano arraccontà ch’è pane vero! Che ‘un è bòno nemmen per quelli senza denti, perché anco a biasciallo ‘n òra, fa ‘na palla ‘n gozzo da fa’ rimané strozzati lì per lì! 



Pòrdo, stamani, ha fatto ‘r pane da sé,  perché ‘un ne poteva più di sta’ a sentì tutti ‘uelli che, da ‘n po’ po’ a questa parte, n’hanno scoppiato la chiòrba, co’ peggio nomi d’ammendìoli, per fa’ ‘r pane! Er pane si fa col l’acqua e la farina bòna e basta. Perché se si sa fa’, e sa voglia di fallo, ‘un c’è da ‘omprà nemmeno ‘r lievito! Figuriamoci, se Rachèle, ‘ndava a comprà ‘r lievito! A que’ tempi ‘un c’eran nemmneno le botteghe…


Diceva sempre la mi’ nonna, quando da ragazzotti s'aveva pò'a voglia di fa': “Voglia di lavorà sartami addosso e fammi lavorà a più non posso!”. Vallo a di’ òra. Ti tirerebbéno le sassate! La gente vòle guadagnà senza fa’ nulla e a fa’ lavorà quell’antri…

TC


Questa storia, che fa parte di "Le nuove storie di Pòrdo", è offerta in lettura gratuita da:

sabato 19 settembre 2015

Le storie della stanza 5... Film: Cisanello, agosto 2015


Cisanello, agosto 2015

Ho fissato quella parete per giorni e per notti. Interminabili notti e altrettante interminabili sequenze buie di immagini. Quelle dei miei incubi, dei pensieri negativi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, a quelli della morfina e di tutta la miscela di farmaci somministrati via endovena, con interminabili flebo.


I brevi momenti di preghiera, consentiti dal mio Credo, hanno alleviato il grigiore di quello strano scorrere di miserie. Come il vento di libeccio, con la sua azione poderosa, riesce a portare via tanta nuvolosità in poche ore.

Lo schermo-parete, così è diventato, a momenti alterni, cinema tridimensionale in quadricromia e giornale in solo bianco e nero: talvolta più nero del suo stesso stato, per far intendere meglio la precarietà della nostra breve esistenza, con le proprie immagini piatte, senza dimensioni e prospettive, rimaste impresse nei fotogrammi di una pellicola usurata e contenente figure di mostri dalle ampie fauci, pronte a ingoiarmi insieme alle mie paure.

Come fuori senno ho riso, pianto e meditato in contemporanea, raccogliendo informazioni e dati per poi poter riportare il tutto su questa pagina. Ho immagazzinato il buono nel poco spazio disponibile delle mie meningi e ho cestinato il cattivo nella mia cartella di trash biologica. Ne sono usciti fuori quattro racconti. 

Insomma, sceneggiature che, a raccontarle, raffigurano epiloghi di un "drogato", certo non per mia scelta. Episodi che possono capitare a chiunque, visualizzabili in semplici sogni o atroci incubi. Cose strane che mi hanno fatto riflettere. Pertanto le ho volute raccontare.


TC 


Potrete leggere i racconti facendo clic sui titoli sottostanti:








e... prima dell'intervento chirurgico:

Il tarlo ha intaccato il Ciocco!

I racconti sono offerti in lettura gratuita da:

Fotocopiatrici Usate Garantite

mercoledì 2 settembre 2015

Ponte di Mezzo, Pisa Centrale: andata e ritorno - Da "Le proiezioni nella stanza 5" di Tiziano Consani


Sono seduto sulla tribuna posta sulla parte di tramontana, quella sul lungarno Mediceo, e sto osservando il Gioco del Ponte che è iniziato. Il sole batte ancora forte e i combattenti stanno mantenendo la posizione del carrello ben ferma al centro, esattamente fissa. Sono troppo lontano per vedere le facce tirate e sotto sforzo di coloro che, dopo quasi un anno di ferrei allenamenti, stanno cercando di rendere onore, ciascuno, per le proprie fazioni di appartenenza: Mezzogiorno e Tramontana. La voce che esce dagli altoparlanti è quella di Ferruccio Bertolini, calcesano D.O.C., rende tutti partecipi dello sforzo sostenuto dagli uomini, aggiornando, in diretta, sugli attacchi che i capitani delle singole squadre, momento per momento, comandano ai loro uomini. Nonostante che l'atmosfera sia carica di tensione e di folclore pisano, accanto a me, alcuni turisti stranieri ed altri di nazionalità italiana, battibeccano con due dei nostri concittadini su cose, direi, assurde, per un pisano come me e del tipo: fa caldo, c'è troppa afa, non c'è il tendone, c'è troppa gente, il carrello sul ponte sta fermo troppo a lungo, mi son venuti due palloni da basket, i combattenti si son messi d'accordo fra loro e fanno finta di spingere per far durare il gioco più a lungo e, in ultimo, guarda quello lì, con il frac e il cappello a cilindro, in tinta nera unita, che cosa ce l'hanno messo a fare sulla tribuna, conciato a quel modo e che cosa c'entra, lui, con questo gioco. Per quest'ultimo elemento, effettivamente, anch'io, non capisco che cosa ci stia a fare quello strano tipo, fra l'altro proprio seduto accanto a me, alla mia sinistra. La curiosità verso quel personaggio mi fa perdere l'attenzione dal gioco. Ogni tanto, giro la testa verso di lui e lo osservo. Mi chiedo quanto sia proprio ridicolo e, come faccia, con questo caldo a stare dentro il suo completo scuro. Assomiglia ad un lord inglese d'altri tempi. Mentre lo guardo, lui si volta verso di me e, nel nostro idioma pisano mi dice: "Gao! Che ci hai da guardammi 'osì!", al che, meravigliato, rispondo: " Se chiacchieri 'n pisano, ora sì, che mi fai vienì voglia di statti a guardà!, O di 'n dove vieni, te, conciato a cotesto modo 'ostì!". Lui mi guarda e tace, poi tira fuori da una tasca del frac una pipa, tutta scorticata, ne sfroona il fornello con il dito indice, tutto ingiallito e con l'unghia lunga quasi due centimetri e, senza alcuna logica, mi scuote tutto il contenuto sul piede sinistro, sbattendo la pipaccia sul mio ginocchio, ripetutamente. Mi viene voglia di dargli un man rovescio ma mi controllo e mi limito a dargli del maleducato. Lui mi guarda con fare sorpreso. Lo guardo negli occhi piccoli, profondi e rossastri: non mi piacciono affatto. Abbasso, disgustato, lo sguardo e la direzione dei miei occhi va a cadere sulle mani dello strano individuo e vedo che la pelle dei polsi e del dorso di quest'ultime è incartapecorita, sembra quella di un vecchio di oltre cento anni. Le dita son gialle come quelle di un fumatore incallito e le unghie sono lunghe, sporche e disgustose. Mi sento in disagio mentre lui, da una tasca interna del suo completo impeccabile, in forte contrasto con il corpo sciatto che lo riempie, tira fuori un piccolo scrigno circolare dorato, ne solleva il coperchio usando l'unghia lunga del suo indice come leva e ne estrae un pizzicotto di tabacco dall'odore schifoso. Lo infila nel fornello della pipa ben ripulita che teneva sempre fra le mani, ce lo pigia bene dentro utilizzando sempre il medesimo indice, ben unghiato, come ho già detto, di almeno due centimetri rispetto a quelle, seppur abbastanza lunghe, delle altre dita. Poi, sotto il mio sguardo attonito, infila una di quelle manacce nella tasca della mia camicia e ci estrae un fiammifero di legno. Lo accende sfregandolo su uno dei suoi polsi rinvecchiniti e, come se l'avesse strusciato su un pezzo di carta vetra, quello si accende e, lui, se ne serve per appiccare il fuoco al tabacco nella pipa. Nel frattempo comincia a tirar su aria dal cannello del suo odioso strumento di vizio e a tirar fuori fumo denso che, senza tanti preamboli, mi getta in faccia sotto forma di anelli dall'odore nauseante: un misto fra il puzzo della stipa bruciata e quello del letame inzuppato di piscio di un ovile. Mi alzo deciso a dargli una labbrata ma, in quel preciso istante, Ferruccio annuncia che il carrello sul ponte si sta muovendo, anzi, i combattenti della parte di Mezzogiono hanno ceduto e Tramontana ha vinto questo combattimento. Le grida di gioia degli appartenenti alla fazione vincente, me compreso, saturano l'ambiente e il resoconto in dettaglio dello spikeraggio di Ferruccio, insieme agli abbracci dei vincitori con i perdenti e viceversa, mi fa dimenticare, per alcuni minuti, l'uomo nero. Finita l'euforia del primo combattimento il gioco riprende con i combattenti del successivo turno. Nel sedermi al mio posto, mi ricordo il dove ero rimasto e mi volto, verso la mia sinistra, guadando dove prima stava l'individuo. L'uomo non c'è più ma, al suo posto, c'è il suo frac ed il suo cappello a cilindro e, sotto di esso, c'è una specie di foglio vecchio ingiallito, ripiegato, sporco, unto e fuligginoso, sembra un'antica pergamena. Sopra, in inchiostro color rosso sangue, c'è scritto un messaggio, in pisano e in una bella grafia da miniatore certosino: "O bimbo! Qui c'è un cardo cane che mi fa svaporà! Io vaggo a fummà la pipa ar mi' ber fresco! T'aspetto anco te! Vieni alla stazione, ar binario uno e piglia 'r sottopassaggio a manca! 'Un fa' tardi perché sennò 'r treno parte e, te, lo perdi! A doppo!" 
Rimango esterrefatto. Cerco di assistere ai combattimenti che stanno avvenendo sul ponte ma con il cervello fuori dalla mia abituale razionalità. Mi alzo e come un automa, a piedi, sotto il sole, arrivo fino al Ponte della Fortezza, contorno le mura del Giardino Scotto, raggiungo Piazza Guerrazzi, proseguo in via Cattaneo e, in breve tempo, raggiungo la stazione centrale. Vi entro e mi pongo davanti al binario "uno" e attendo, non so bene chi o che cosa...
Un capo stazione si accorge del mio stato poco vigile, si avvicina e mi chiede se sto bene e se ho bisogno di aiuto. Gli rispondo assente che devo salire sul treno al binario davanti a me. Lui insiste e mi chiede dove devo andare. Rispondo di nuovo di non conoscere il luogo di destinazione. Il capo stazione incalza con un: "Mi faccia vedere il biglietto!", ma io gli faccio intendere, senza pronunciare parole, a gesti delle mani, di non averlo. Allora, lui, mi dice che senza biglietto non posso viaggiare. Poi mi indica la biglietteria e mi consiglia pure di tornare a casa. "Se vuole le chiamo il 118.", aggiunge. Gli rispondo che sto bene, che non ho bisogno di niente e lo ringrazio, mentre i miei ingranaggi cerebrali pensano ad altre cose ed in particolar modo al quello strano messaggio scritto. 
Alla stazione di Pisa centrale ci sono, davanti al binario uno anche, ma non mi torna l'ultima traccia indicativa, cioè il fatto di prendere il sottopassaggio e girare a "manca", cioè a sinistra.
Sto corrodendomi le meningi sul fatto che per recarmi al binario uno occorra utilizzare il sottopassaggio, quando, invece, il binario è già lì, davanti a me e che, anche utilizzandolo, il sottopassaggio stesso, scendendo le scale, verso la direzione di sinistra, c'è il muro che delimita l'ingresso della stazione, mentre la discesa in questione permette l'ingresso ai binari dal numero due in poi, cioè quelli che si trovano sulla parte destra. La logica, nell'immediato, non mi permette di scendere gli scalini, ma qualcosa di non so che sta muovendo le mie gambe ed i miei piedi. Così mi ritrovo alla fine del sottopassaggio e, come ben so, sulla destra ho la galleria che porta ai binari e alla mia sinistra un bel solido muro.
Mi desto per un attimo appoggiandomi con le spalle al quel muro, guardando in direzione del cunicolo che ho davanti e che porta ai treni. Non faccio in tempo ad accostarmi che mi sento cadere all'indietro come se il muro dietro di me avesse la consistenza di un foglio di carta igienica. Mi spavento e con un colpo di reni riesco a ritornare al mio posto mentre sta passando una coppia di genitori con figlio al seguito. Il padre porta il bimbo, che avrà al massimo tre anni, a cavallo sulle spalle e, insieme a quella che penso sia la moglie e la mamma del bimbo, dopo aver sceso l'ultimo scalino del sottopasso, girano verso destra in direzione dei binari dandomi le loro spalle. Il bimbo però si volta, mi guarda e urla: "Babbooo, mammaaa! Guardate, guardate! Quell'òmo è sartato fòri dar murooo! O com'ha fatto? ". "O niniii, ma che dici, guà, ci manchi anco te a raccontà le bischerate! Vai, 'n tra pòo sèmo 'n sur treno e 'n quer mentre che s'arriva a Livorno, dalla tu' nonna, ti fai 'na bella dormita e smetti di pensà a chi sòrte fòri da muri!". "O com'è cotto dar sole 'r mi bèr topo, déh!" risponde la mamma a ruota. Io non faccio in tempo a salutare con una mano il bimbo che, con il collo girato verso di me, continua a guardarmi mentre una mano fredda prende il mio braccio trascinandomi dentro al muro, sotto lo sguardo pietrificato di quel bimbetto. Non credo proprio che dormirà sul treno nel tragitto di andata verso la città labronica.

Cado all'indietro sul pavimento, davanti a me ho il muro e dietro di me, dove dovrebbe essere la piazza di ingresso della stazione centrale della mia città di nascita, ho il binario uno...
Sul binario, unico, perché non ce ne sono altri, c'è un treno modernissimo, di colore rosso e verde, di quelli ad alta velocità, e, davanti a me, incitandomi a salire velocemente perché il treno è in partenza, c'è lui, l'uomo nero in frac e cappello a cilindro. Gli dico che non ho il biglietto e lui, porgendomi la sua mano unghiata, gialla e sporca, mi fa cenno che sto per perdere l'occasione, aggiungendo che il biglietto non serve e che offre lui, con vero piacere. Ho caldo, tanto caldo, sudo liquido maleodorante e puzzo come una capra e lui mi offre fresco e refrigerio eterno...

..Mi desto, indietreggio, mi volto verso il lato opposto al binario, verso il muro e inizio a correre dopo aver, per tre volte, fatto il gesto del vaffanculo con il braccio e la mano, anzi glielo dico anche: "Per te, per er tu' treno e per la tu' pipaccia che puzza di stipa strinata!". Corro verso il muro, lo attraverso, salgo le scale subito a destra e, in un baleno, sono fuori dalla stazione, quella vera, quella reale. Svelto raggiungo il Ponte di Mezzo e, arrivo, appena in tempo per ascoltare la voce di Ferruccio che annuncia la vittoria di Tramontana, anche per quest'anno 2015!


TC






Da:  LA STANZA N. 5 - Cose strane -

Ho fissato quella parete per giorni e per notti. Interminabili notti e altrettante interminabili sequenze buie di immagini. Quelle dei miei incubi, dei pensieri negativi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, a quelli della morfina e di tutta la miscela di farmaci somministrati via endovena, con interminabili flebo.

I brevi momenti di preghiera, consentiti dal mio Credo, hanno alleviato il grigiore di quello strano scorrere di miserie. Come il vento di libeccio, con la sua azione poderosa, riesce a portare via tanta nuvolosità in poche ore.

Lo schermo-parete, così è diventato, a momenti alterni, cinema tridimensionale in quadricromia e giornale in solo bianco e nero: talvolta più nero del suo stesso stato, per far intendere meglio la precarietà della nostra breve esistenza, con le proprie immagini piatte, senza dimensioni e prospettive, rimaste impresse nei fotogrammi di una pellicola usurata e contenente figure di mostri dalle ampie fauci, pronte a ingoiarmi insieme alle mie paure.

Come fuori senno ho riso, pianto e meditato in contemporanea, raccogliendo informazioni e dati per poi poter riportare il tutto su questo foglio bianco. Ho immagazzinato il buono nel poco spazio disponibile delle mie meningi e ho cestinato il cattivo nella mia cartella di trash biologica. Ne è uscito fuori qualcosa che, nei prossimi giorni, posterò un po' alla volta su questa mia pagina.

Insomma, sceneggiature che, a raccontarle, raffigurano epiloghi di un "drogato", certo non per propria scelta. Episodi che possono capitare a chiunque, visualizzabili in semplici sogni o atroci incubi. Cose strane che mi hanno fatto riflettere. Pertanto le ho volute raccontare.


TC 




martedì 1 settembre 2015

Tartarughine - Da "Le proiezioni nella stanza 5" di Tiziano Consani




Vedo, in lontananza, avanzare verso di me una figura che all'apparenza potrebbe essere una donna vestita con un abito di tessuto di vari colori. In risalto, il cappello variopinto e una lunga gonna dal colore fortemente lucido, fra l'amaranto e il marrone scuro. Veste una camicetta verde pistacchio che ricopre un busto senza la minima rilevanza di seno. L'indumento è abbellito da disegni di gocce di rugiada, gialli, rossi, blu e marroni. Mano a mano che la vedo avvicinarsi, mi rendo sempre più conto che non è una donna vera e propria, o meglio, sicuramente è un essere femmina ma non certo umano. La sua faccia è, in effetti, costituita da due facce unite fra di loro, ciascuna completa di due occhi e due nasi. La bocca, invece, è una sola, centrale, acqua e sapone, molto bella, direi certamente sensuale. La parte destra del viso della figura ha i lineamenti di una donna di colore, del nord Africa, con gli occhi marroni grandi e la pelle color cioccolato, con il naso piccolo e rotondo, quasi nascosto fra le guance e le cavità oculari. L'altra parte del viso, quella di sinistra, ha sempre lineamenti femminili ma con pelle chiarissima, occhi verdi come lo smeraldo e molte lentiggini sul naso pronunciato ma perfetto, con caratteristiche da donna del nord Europa. I capelli non sono una vera e propria capigliatura ma sono un insieme di piume dalle decine di colori, dove la predominanza della cromìa è data dal rosso, dal giallo e dall'azzurro, accesi: somigliano alle piume di un grosso pappagallo dei tropici. Più che la figura si avvicina, più mi rendo conto che di umano non ha niente. Le braccia sono estremamente lunghe e sproporzionate rispetto al corpo, anzi, partono dalle spalle e arrivano per terra. Al posto delle mani ha due tartarughine che da piccole, che sono, ingrossano a vista d'occhio fino a diventare di dimensioni di circa quindici centimetri di diametro, con la testa totalmente fuori dal proprio guscio e la bocca aperta e affamata. Quella che sembrava una lunga gonna in tessuto è in realtà un unico blocco di legno di mogano laccato e la figura non ha piedi ma si muove verso di me come se fosse sollevata su un cuscino d'aria. Ad un tratto si ferma a circa un paio di metri dal mio letto, tende nella mia direzione entrambe le braccia magrissime e, queste, come fossero costituite da un insieme di tubi telescopici, si pongono a pochi centimetri, sopra il mio letto. A tal punto le due testuggini, con le loro bocche voraci, iniziano a mangiarsi, come se fossero di lattuga fresca, i pantaloncini corti che indosso: quelli di carta che mi sono stati forniti dal reparto ospedaliero e che ho definito, appena il personale infermieristico me li ha infilati addosso, come i "carzoncini di Pinocchio".
Appena le due testuggini hanno terminato il loro banchetto, le loro dimensioni si riducono nuovamente a quelle originarie iniziali, piccole, di circa tre o quattro centimetri cadauna. A tal punto la faccia bifronte, dell'essere, si apre nella sua parte centrale, quella che delimita i due volti e che li separa in modo tale da sembrare il combaciare, insieme ed allineato, di due ante . Infatti, come se fossero sportelli di un mobile d'arredamento, o le due ante di una finestra, essi si aprono verso l'esterno. I due visi uniti, ruotando di centottanta gradi, uno verso sinistra e l'altro verso destra, diventano elementi grotteschi, vuoti e grigi nel loro interno, che vanno a guardare ciò che è dietro la figura e cioè la parete della stanza. È così che l'apertura, a libro, delle due facce fa scoprire, dietro di esse, un volto mostruoso, con un solo piccolo occhio bavoso e una enorme fauce spalancata colma di denti acuminati, sia sulla circonferenza esterna, sia nella cavità interna. Il mostro ha una gola profonda dalla quale fuoriescono fumo nero e lingue di fuoco. Una specie di diavolo-squalo mi sta fagocitando senza che io possa fare assolutamente niente per evitare l'evento.
Chiudo gli occhi aspettando di essere il pasto primario della belva e vedo quest'ultima inghiottirmi in un solo boccone, con lettino e cannelli di drenaggio inclusi...


...Due labbra umide e profumate, di intensa essenza femminile mi baciano, prima sulla fronte e dopo sulla bocca. Apro gli occhi, lì per lì non vedo nulla e nessuno, finché, sullo sfondo laterale sinistro della stanza, ferma, con metà corpo dentro la parete e l'altra metà fuori di quest'ultima, scorgo la mia donna che mi guarda intensamente con i suoi bellissimi e grandi occhi neri. Poi apre il palmo della mano, lo pone sotto il suo mento e mi ci alita sopra un soffice bacio, prima di sfumare, subito nell'attimo successivo, dentro il sottofondo grigio di quello strano schermo.

TC


Da:  LA STANZA N. 5 - Cose strane -

Ho fissato quella parete per giorni e per notti. Interminabili notti e altrettante interminabili sequenze buie di immagini. Quelle dei miei incubi, dei pensieri negativi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, a quelli della morfina e di tutta la miscela di farmaci somministrati via endovena, con interminabili flebo.

I brevi momenti di preghiera, consentiti dal mio Credo, hanno alleviato il grigiore di quello strano scorrere di miserie. Come il vento di libeccio, con la sua azione poderosa, riesce a portare via tanta nuvolosità in poche ore.

Lo schermo-parete, così è diventato, a momenti alterni, cinema tridimensionale in quadricromia e giornale in solo bianco e nero: talvolta più nero del suo stesso stato, per far intendere meglio la precarietà della nostra breve esistenza, con le proprie immagini piatte, senza dimensioni e prospettive, rimaste impresse nei fotogrammi di una pellicola usurata e contenente figure di mostri dalle ampie fauci, pronte a ingoiarmi insieme alle mie paure.

Come fuori senno ho riso, pianto e meditato in contemporanea, raccogliendo informazioni e dati per poi poter riportare il tutto su questo foglio bianco. Ho immagazzinato il buono nel poco spazio disponibile delle mie meningi e ho cestinato il cattivo nella mia cartella di trash biologica. Ne è uscito fuori qualcosa che, nei prossimi giorni, posterò un po' alla volta su questa mia pagina.

Insomma, sceneggiature che, a raccontarle, raffigurano epiloghi di un "drogato", certo non per propria scelta. Episodi che possono capitare a chiunque, visualizzabili in semplici sogni o atroci incubi. Cose strane che mi hanno fatto riflettere. Pertanto le ho volute raccontare.


TC 

L'angelo bello e la Cosa - Da "Le proiezioni nella stanza 5" di Tiziano Consani





Prologo 

L'infermiera mi lascia seduto sulla tazza del WC, mi chiede se deve restare, le rispondo che non mi pare il caso. Mi alzo, poi mi volto e guardo, con soddisfazione, lo sprofondare del mio elaborato fecale nel vortice d'acqua del mulinello prodotto dallo sciacquone: segno di una sicura ripresa del flusso biologico personale.

Nel medesimo istante che dedico a cotanta e quanto meno riflessiva osservazione, un capogiro: chiamo per due volte l'infermiera fuori dalla porta e... buio totale! 


L'angelo bello e la Cosa


La sequenza di fotogrammi che si pone davanti alla mia visuale è irreale. C'è una figura eterea, quasi trasparente, femminile, con un viso bellissimo, di una bellezza indefinibile, dai capelli mossi e biondi, lasciati cadere sulle spalle e sui due meravigliosi seni nudi, con due occhi azzurri e tanto profondi quanto possa esserlo un oceano. Ha occhi bellissimi e magnetici che mi attirano a sé e mi fanno fremere di  desiderio, più carnale che spirituale. 

Mi muovo, in direzione del mio angelo bello, come un piccolo frammento ferroso viene attratto da un magnete poderoso. Non voglio far niente per impedire quell'evento e riesco solo a fremere di incontenibile e morboso desiderio. 

Sto per raggiungere la figura e da questa esserne risucchiato, dentro la sua aurea di bellezza, nei suoi occhi, in un mare limpido e trasparente, pieno di luce bianca, rarefatta, quasi invisibile, con una serenità totale. 

Sono lì, quasi sulla linea di arrivo quando, proprio in quell'istante, arriva rumorosamente uno strano essere , grosso, brutto e grezzo, dal corpo costituito di pietra verrucana*, che mi ricorda la "Cosa", uno de "I Fantastici 4", celebre quartetto fantasy dei fumetti di alcune decine di anni fa. Tanto che, così, con tale medesimo nome, immediatamente, lo inizializzo in anagrafe. 

La Cosa, con le sue manone giganti, quanto incredibili, agguanta l'angelo bello per il collo e, prima, strizzandoglielo, gli fa schizzare i meravigliosi occhi azzurri verso l'esterno e, poi, dopo, ne fa esplodere l'attraente e irresistibile figura in infinite lingue di fuoco che vengono ingoiate dalle profondità bollenti di un pozzo invaso da urla agghiaccianti. 

La Cosa mi guarda, mi strizza una delle sue due cavità oculari mostruose e scavate nella durissima pietra di Calci e, con voce roca e profonda, mi dice: "Vai Pòrdo, anco 'uesta è fatta! Certo che 'un ti si pòle lascià solo 'n menuto e guarda, 'n po' po', te, che troiài 'ombini!" Poi si gira e torna indietro nella direzione dalla quale era arrivato, rumoreggiando come un Caterpillar della ditta "Grandi"di Coltano. 


Epilogo 

Sono steso sul lettino, un' infermiera mi sta tenendo le gambe alzate, un'altra mi schiaffeggia e mi tiene la testa all'indietro, due medici e il primario mi guardano con aria apprensiva. Vomito sul pavimento della stanza 5, l'intero bicchiere d'orzo della mia colazione, insieme alle due fette biscottate che ci avevo inzuppato dentro.

Elettrocardiogramma, ecografia, rilievo della pressione circolatoria e tre emocromo consecutivi eseguiti a fasi progressive nei giorni a seguire, non evidenziano anomalie dell'intervento e/o patologie fisiche. I medici mi rassicurano e dicono che, talvolta, capita che un paziente recentemente operato, perda conoscenza. Mi raccomandano di stare tranquillo anche se la degenza si prolungherà di qualche giorno per osservazione. 

* Pietra verrucana: durissima roccia, impiegata un  tempo per la costruzione di macine da mulino e originaria della Verruca: una località di Calci (PI).

TC

Da:  LA STANZA N. 5 - Cose strane -

Ho fissato quella parete per giorni e per notti. Interminabili notti e altrettante interminabili sequenze buie di immagini. Quelle dei miei incubi, dei pensieri negativi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, a quelli della morfina e di tutta la miscela di farmaci somministrati via endovena, con interminabili flebo.

I brevi momenti di preghiera, consentiti dal mio Credo, hanno alleviato il grigiore di quello strano scorrere di miserie. Come il vento di libeccio, con la sua azione poderosa, riesce a portare via tanta nuvolosità in poche ore.

Lo schermo-parete, così è diventato, a momenti alterni, cinema tridimensionale in quadricromia e giornale in solo bianco e nero: talvolta più nero del suo stesso stato, per far intendere meglio la precarietà della nostra breve esistenza, con le proprie immagini piatte, senza dimensioni e prospettive, rimaste impresse nei fotogrammi di una pellicola usurata e contenente figure di mostri dalle ampie fauci, pronte a ingoiarmi insieme alle mie paure.

Come fuori senno ho riso, pianto e meditato in contemporanea, raccogliendo informazioni e dati per poi poter riportare il tutto su questo foglio bianco. Ho immagazzinato il buono nel poco spazio disponibile delle mie meningi e ho cestinato il cattivo nella mia cartella di trash biologica. Ne è uscito fuori qualcosa che, nei prossimi giorni, posterò un po' alla volta su questa mia pagina.

Insomma, sceneggiature che, a raccontarle, raffigurano epiloghi di un "drogato", certo non per propria scelta. Episodi che possono capitare a chiunque, visualizzabili in semplici sogni o atroci incubi. Cose strane che mi hanno fatto riflettere. Pertanto le ho volute raccontare.


TC


mercoledì 15 luglio 2015

Il tarlo ha intaccato il Ciocco! - (Cronaca di un episodio di sanità)





Caro mio Ciocco,

senza specificare i dettagli del mio problema (che non so ancora se è un vero e proprio problema) e il nome  della clinica, da circa due mesi sono coinvolto personalmente in una "faccenda" ospedaliera. Giorno dopo giorno raccolgo i dati e li comprimo in uno scomparto della mia memoria.

Sto deducendo, analizzando i fatti, che il nostro sistema ospedaliero è tecnicamente eccellente e che la preparazione medica dei nostri chirurghi è, professionalmente, di altissimo livello.

Fino a qui, possiamo asserire di essere dentro una botte di ferro. Infatti, la visita specialistica, la diagnosi, la tipologia di intervento e gli esami di pre-ospedalizzazione, si sono susseguiti in breve tempo e nel giro di una quindicina di giorni.

Tanto che visto il servizio ricevuto e la gentilezza riscontrata nel personale in servizio, mi sono dimenticato di quanto ho dovuto sborsare di tickets per poter usufruire di alcune prestazioni e anche di un altro fatto che mi era risultato da valorizzare e che racconterò di seguito.

Convinto che un buon servizio può esser tale se proporzionalmente pagato, mi sono rilassato.

A questo punto è necessario attendere la chiamata dal reparto operatorio ad uno dei tre recapiti telefonici lasciati.

Ed è qui che casca l'asino, l'avevo sentito dire, ma l'averlo provato in prima persona mi permette di poterlo raccontare e pure di metterlo per scritto.

Passano due, tre, quattro giorni e niente telefonata. Faccio trascorrere un altro giorno e chiamo in corsia.

Un operatore, non so chi sia, se medico o infermiere, mi risponde dicendomi se posso dirgli il giorno il quale è terminata la pre-ospedalizzazione. Rispondo immediatamente all'interlocutore che, a sua volta, mi dice, senza troppi preamboli, che la lista di attesa è lunghissima, di alcuni mesi. Poi aggiunge che, essendo trascorso poco tempo, probabilmente, la mia pratica, non è ancora stata ritirata, dal personale del reparto, dall'ufficio di pre-ospedalizzazione.

Infatti, la pratica arriva al reparto dopo circa sette giorni.


Punto UNO: la distanza che c'è fra l'ufficio di pre-ospedalizzazione e la corsia operatoria della clinica dove verrò ricoverato è di circa duecento metri e a una pratica, per arrivare a destinazione, occorrono ben sette giorni! Se me lo avessero detto, che occorreva tutto questo tempo, ci sarei andato personalmente a ritirarla ed a consegnarla a destinazione!

Punto DUE: visto che nessuno si degna di informare il paziente, (che in questo caso sono io) per tranquillizzarlo ed avvisarlo e, tanto meno, per rispondere a due e-mail che avevo appositamente inviato nei giorni precedenti, ho più volte provato a telefonare in corsia, per avere come unica risposta le classiche note di un fax che parte in automatico dopo cinque o sei squilli telefonici.

Al che metto in moto la mia carretta a quattro ruote che, arrancando, parte solo al quarto tentativo. Arrivo in corsia in orario di chiusura, attendo fedele che qualcuno apra casualmente la porta chiusa, senza suonare il campanello ed apparire scortese. Dopo una buona mezz'ora, un'infermiera, in transito, apre la porta. Le chiedo se posso entrare per chiedere alcune informazioni. Mi risponde con cortesia e affermativamente raccomandandomi di attendere davanti alla porta della caposala di turno.

Mi piantono davanti alla suddetta porta per un'altra mezz'ora circa. Non vedendo nessuno e sentendo alcune voci in una stanza poco distante, contrassegnata da un'etichetta alla porta con la dicitura "medicheria", busso e mi viene permesso di entrare.

Faccio la mia richiesta ad alcuni giovani medici che sono all'interno e, anche questa volta, la persona che mi risponde, con aria un po' canzonatoria, mi ridice la stessa cosa che mi fu risposta giorni prima e cioè che la lista di attesa è lunga e che la priorità assegnata agli interventi chirurgici è data dalla gravità del problema.

Comunico il grado di priorità del quale fui informato dal primario che mi visitò a suo tempo, e mi viene risposto che, per il mio caso, la lista si accorcia e verrà evasa in circa 30/40 giorni. "Che fortuna!", mi dico a voce alta. Vista la cosa, certamente, sarei stato più contento se fossi stato fra gli ultimi. 

Chiedo di parlare con un dirigente e vengo invitato a parlare con il medico responsabile che si occupa della gestione logistica degli interventi chirurgici.

Busso alla porta, mi presento e, dopo alcuni minuti, vengo accolto, dalla giovane dottoressa responsabile. Gentilmente si scusa per il tempo di attesa da me sostenuto e mi illustra la mia posizione in graduatoria. Mi assicura che verrò chiamato entro la fine di luglio p.v.. In quel momento eravamo a metà giugno. Mi rassicura rispondendo ad alcune mie domande che le pongo in merito al problema e chiarisce la mia posizione in graduatoria, al 177° posto da quella data (mi sento egoisticamente più fortunato dei 176 pazienti che sono prima di me e meno di alcune centinaia che ho dopo di me). La dottoressa aggiunge anche che verrò chiamato circa dieci giorni prima dell'intervento ed avrò tutto il tempo per organizzarmi sulla sospensione del mio lavoro autonomo.

Punto TRE: ad oggi sono trascorsi 30 giorni da quel colloquio, più i circa 10 precedenti, siamo già al 40° giorno e, al momento, niente chiamata. Non so se essere contento o non esserlo...

Provo a chiamare il reparto: risponde il fax. Provo a chiamare la dottoressa responsabile: risponde sempre il fax. Provo a chiamare la caposala di turno: mi risponde ma mi dice che lei viene a conoscenza del paziente solo ed esclusivamente al momento che questo entra in reparto come "ricoverato" e che non è a conoscenza dell'iter logistico precedente al ricovero...


Riflessione personale:

Due mesi fa, stando bene, tanto per fare un controllo dopo alcuni anni dalla mia peritonite, l'esame ecografico mi rileva il problema.

Incasso in silenzio il colpo e velocemente faccio una T.A.C.. Dopo cinque giorni, la TAC conferma il problema. Non è chiaro che cosa sia di preciso ma il radiologo consiglia velocemente una visita chirurgica.

Tre giorni dopo, visita urgente dal medico chirurgo e primario che mi consiglia di togliere il problema velocemente. Inizialmente non capisco quanto significhi il suo "velocemente" ma mi assicura che in una quarantina di giorni dovrei essere sistemato. Mi spiega che c'è un iter di pre ospedalizzazione un po' lungo ma efficiente. Imposta il foglio di ricovero e, come ho già scritto precedentemente, dopo pochi giorni inizio il tram tram di pre-ospedalizzazione.

Il primo giorno di pre-ospedalizzazione siamo una cinquantina di pazienti, per le più svariate problematiche chirurgiche e per reparti di medicina diversi fra loro. Rinvengo che, territoriali, cioè di provenienza locale, (der posto, si direbbe noiartri di 'ui), siamo pochissimi. Tutti gli altri arrivano dalle più svariate parti d'Italia ed, alcuni, anche dall'estero.

Pare che, dal lunedì al venerdì, per ogni anno solare in corso, ogni giorno,  con provenienza da qualsiasi luogo, circa cinquanta pazienti passino dall'ufficio accettazione di questa azienda ospedaliera per l'esecuzione dei test clinici che precedono gli interventi chirurgici in lista di programmazione.

Questo sopra è il punto che mi ha dato da pensare prima e, poi, credo giustamente, anche dopo.

Sono perfettamente d'accordo che la sanità pubblica sia estesa a tutti, ma perché non fornire una corsia preferenziale a quei pazienti che, come me, non sono andati a Milano, a Padova a Roma a cercare di farsi operare? Gli ospedali, prima di essere nazionali e internazionali dovrebbero garantire la territorialità, almeno agli appartenenti alla propria ASL. O no?

Se la prevenzione permette di limitare i danni al minimo, è giusto attendere molti giorni per un intervento al quale, il primario della clinica, ritiene che sia di una discreta urgenza?

Perché il paziente che sa di avere qualcosa che potrebbe essere, o anche solo non essere, grave, non viene supportato con una informazione logistica, medica e, perché no, psicologica adeguata? Anziché essere considerato un numero progressivo o un oggetto alla stregua delle fotocopiatrici alle quali faccio assistenza?

Perché se partecipo, come lavoratore autonomo, ad una gara privata in un Istituto Pubblico, per l'assistenza su una stampante, devo assicurare, pena l'esclusione dalla gara, l'intervento risolutivo entro sei ore lavorative? E se, invece,  in un ospedale pubblico, anche con il solo sospetto di un solo elemento negativo, un comune cittadino deve attendere giorni o mesi solo per sapere con precisione quanto sia più o meno grave il  suo problema di salute?



20 luglio 2015

Mi alzo di buon'ora, deciso ad andare a parlare con il primario. Oggi è lunedì ed il direttore del reparto in questione fa le visite ai pazienti. Porto con me anche mia moglie e ci presentiamo all'accettazione. Illustriamo brevemente alla persona di turno, allo sportello, la mia necessità e, dopo meno di un'ora, veniamo ricevuti dal professore con cordialità. Devo dire che mi riconosce subito senza alcuna esitazione e, facendoci accomodare nel suo ambulatorio, ci chiarisce il perché del ritardo dell'intervento. Mi spiega, con calma, che da quando la direzione aziendale è divenuta regionale, quindi si trova nel capoluogo, la territorialità ospedaliera si è estesa anche a zone esterne alla nostra provincia e, per quanto concerne il nostro caso specifico, la carenza di strutture adeguate su Livorno e Lucca fa sì che la maggior parte delle degenze di quelle province limitrofe venga convogliata, d'ufficio, qui. Considerando che la nostra struttura ospedaliera, grazie anche al discorso universitario, si colloca in un binario preferenziale per le scelte autonome dei pazienti provenienti da gran parte d'Italia e valutando la casualità delle urgenze giornaliere di Pronto Soccorso, l'insieme dei vari tasselli rende praticamente impossibile stabilire un regolare iter di interventistica chirurgica programmata.

Mi fa capire, con rammarico, che sta cercando in tutti i modi di trovarmi una postazione aperta nell'interventistica della prossima settimana ma non mi assicura che ci riuscirà, ipotizzando, in caso di esito negativo, un ulteriore slittamento dell'intervento chirurgico a settembre p.v. a causa della riduzione dell'attività operatoria nel periodo di agosto.

Ci congediamo.

La possibilità di uno slittamento del mio intervento chirurgico a tempi posteriori ha cominciato a farmi vedere altri problemi come il pensare al mio lavoro. Perché fino a ora non se ne è parlato ma io, per andare avanti, non campando di rendita, devo lavorare dal lunedì al sabato incluso e, spesso, anche qualche ora di domenica. Anche se mi piace scrivere, per guadagnarmi la pagnotta e pagare gli F24 delle imposte, faccio l'artigiano autonomo, occupandomi  di macchine fotocopiatrici e di piccoli lavori di vario tipo, dall'assistenza alla consulenza.  Quindi devo stare più che bene per oltre dieci ore al giorno. Ora, invece, da alcuni mesi, non sto benissimo, sono debole e dopo poche ore di assistenza tecnica devo fermarmi per riposare. Spesso mi addormento più volte al giorno, anche per un'ora e più.

Chiaramente i profitti aziendali ed il fatturato sono già scesi vertiginosamente. Se verrò operato a settembre, quando cioè incalzerà il lavoro, mi chiedo chi porterà avanti i miei obblighi contrattuali? Come pagherò le mie scadenze mensili? Quanto sarà lunga la mia convalescenza? L'elenco di domande alle quali fornire un'improbabile risposta certa è lungo.

Penso a chi può vivere di rendita senza dover lavorare; a chi sta bene di salute ma sta male perché non ha lavoro; a mia moglie che, in questo momento, ha i lucciconi agli occhi. Penso, anche se direttamente non c'incastra niente, al damerino con la cravatta, di ieri, che scendendo dalla lussuosa Porsche Cayenne, nuova di trinca, parcheggiata accanto alla mia scassata carretta a quattro ruote del '99, mentre scendevo dalla vettura mi ha fissato e con aria preoccupata è stato ad aspettare che, tante volte, aprendo il mio sportello, non andassi ad ammaccare il suo gioiello; penso e ripenso a tutto e a di più, finché, a notte inoltrata, la mia ansia si prende il permesso, finalmente, di dissolversi nell'aria lasciandomi addormentare stremato dalle seghe mentali.

21 luglio 2015

La parola del professore è stata degna del suo ottimo nome. Sono da poco trascorse le ore 9,00 che arriva la chiamata del reparto ospedaliero. Lunedì prossimo verrò ricoverato e, la mattina successiva, sarò di buon'ora in sala chirurgica. L'idea dello slittamento a settembre è stata solo un brutto sogno fatto a occhi aperti e frutto di mezza giornata di ferie forzate che si è preso il mio senso positivo senza avvisarmi preventivamente.

Mi metto subito a scrivere un'altra delle mie "Storie di Pòrdo", facendo viaggiare Mario della Luna, da Tre Colli fino a Volterra, andata e ritorno!

'N tra pòo vaggo a fammi stanà 'r presupposto bào. Ho ditto a la 'aposala se mi posso portà drèto 'na damigiana di diddittì, da sparge' a spruzzo, per poté sradì'à tutto 'r tarlo, bene bene, 'n una bòtta sola!

28 Luglio 2015

L'intervento, pur complesso e terminato con un organo in meno dentro al mio corpo, a parere del chirurgo è tecnicamente ben riuscito. Il tarlo è stato stasato! Ora non mi resta che trascorrere i giorni di degenza necessari e strizzare i denti per il dolore prodotto dall'ampio squarcio sul mio ventre...

23 settembre 2015

Dopo quasi due mesi, finalmente, è arrivato l'esito dell'esame istologico del "tarlo"... Con un bel respirone di sollievo posso annunciare che: "Er bào era grosso, ma coglione!". Anche questa volta, come quattro anni fa, sono stato molto fortunato.  Ho perso un rene ma, per arrivare a cento anni, basta e avanza!!!

Durante la degenza e anche dopo essere stato dimesso dall'ospedale, ho dormito poco e, nel dormiveglia, ho avuto diversi incubi, sicuramente dovuti ai postumi dell'anestesia, dei vari farmaci assunti e sicuramente dalle mie comprensibili paure. Ho approfittato per scrivere tre brevi racconti brevissimi e un quarto un po' più lungo che proporrò a puntate. Li ho raccolti in una collana che ho titolato "LE PROIEZIONI DELLA STANZA 5", essendo quella la stanza dove ho trascorso la mia degenza. Li troverete su questo blog fra qualche giorno. A presto!

Per chi lo desidera, qui sotto c'è la storia di quattro anni fa:  fai clic qui per leggerla



TC


martedì 2 giugno 2015

Perché ho fatto la zuppa pisana? (Da "Il teorema del passatutto" di Tiziano Consani)

Proponendo  "Il Teorema del Passatutto" in formato elettronico,  ho cercato di fornire alcuni racconti brevi adatti ai ragazzi da 9 a 13 anni, in una versione di lettura più vicina al mondo tecnologico in cui essi convivono giornalmente.

Un formato, oltre che economico, che si presta bene anche alla visualizzazione tramite LIM: un mezzo, oggi, con cui lettore ed insegnante possono interagire facilmente fra loro.

Ogni racconto è anche tradotto in lingua inglese per poter offrire due soluzioni didattiche diverse ma complementari.

La metafora che tiene insieme la raccolta dai contenuti diversificati è quella di non rimanere indifferenti agli eventi della vita, sia che siano enormemente grandi e sia che siano infinitamente piccoli e ben nascosti in un oggetto o un servizio multimediale dei nostri giorni.

Ringrazio anticipatamente gli insegnanti che cucineranno la mia "zuppa" insieme ai loro giovani allievi!

TC

L'e-book è acquistabile in tutte le librerie online, nazionali ed internazionali (IBS, Amazon, LaFeltrinelli, InMondadori, BookRepublic, Itunes, ecc.) semplicemente inserendo nella casella "cerca" il titolo "Il teorema del passatutto".

La versione inglese si trova all'interno dello stesso e-book, in coda a quella in italiano.

venerdì 29 maggio 2015

Favole brevi, racconti e storie, anche in inglese!




BILINGUAL VERSION  ITALIAN/ENGLISH



Synopsis


The typical Pisa soup is a recipe made strictly with our bread without salt and at least four or five days stale, well soaked in a previously cooked cabbage stew and drowned in cream of beans, dense and boiled for at least three or four hours. 

During cooking, everything must be turned and turned, from time to time, to avoid that it sticks on the bottom of the pot. The Queen of what is our traditional cuisine requires different flavors ingredients and a lot of patience.

In the same way, “The Vegetable Mill Theory” is made up of different pieces, old and new short stories, mixed together and carefully collected over time, that - as real ingredients - make a "soup", a metaphor of daily life and consumption that we are almost forced to grind, like robots, in a vegetable mill.

A "grinder", as in the title of the Carnival of Viareggio allegorical float on the cover, which represent the spirit of this collection of short stories. They were "cooked" to slow fire, mixing their substance with the wooden spoon, shaped by hand and made with rasp and chisel with an olive branch: a piece of "my log", in Tre Colli di Calci, who often welcomed, greeted and taught me to live and grow.

These stories, short fairy tales, can be read to children. The last one is the author autobiography and perhaps it is a fairy tale, too.



mercoledì 20 maggio 2015

Dèstati umanità!

Scruto l'oscurità
cercando il giorno nuovo, 
quello che verrà

Ascolto in silenzio,
udendo mille voci  
dagli svariati suoni 

C'è il pianto
di chi sta soffrendo,
che ha perso tutto,
anche sé stesso

C'è l'egoismo di chi
tanto ha, ma non lo sa

C'è il dolore della donna
che non trova frutto
nel suo ventre
e quello della madre 
alla quale la guerra
e le miserie
han sottratto 
figli e mente.

E poi il pianto
mai esistito,
soffocato,
a quell'essere umano
che non è mai nato.

C'è la famiglia unita
che lotta per la vita
e quella inventata
che sorride divertita

C'è chi si dà
per principio di bontà
chi invece canta al mondo
la propria indifferenza
fatta di consumi 
e nessuna riverenza.

Chi da senso e vita
alla buona parola,
chi rovescia il tutto
con una banale capriola.

Ma il raggio di Sole
entra nella stanza buia,
riscalda l'anima
folgorando ogni niente
che cerca di farsi strada
inutilmente.

Umanità assopita 
dall'esigenza di tranquillità
dèstati e cerca la felicità.
L'oro vero 
che non può essere comprato,
ma solo guadagnato,
con umiltà, fatica e solidarietà

© TC


domenica 15 marzo 2015

Tutti i libri e gli e-book di Tiziano Consani


Per acquistare "Gloria" o gli e-book di "Le storie di Pòrdo" 
fare clic sul tasto sotto:



Chi desidera leggere gli e-book in cartaceo, può scrivermi inviandomi un indirizzo valido dove poter effettuare la spedizione.

Scrivere a:
è disponibile in formato cartaceo in pochi giorni
Se volete potete leggere l'anteprima facendo clic sul titolo

"Pillole di sapere artigianale"
è scaricabile, gratuitamente, in formato PDF sul mio sito web dedicato all'artigiano oggi


domenica 4 gennaio 2015

Quello che gli altri non vedono - Libro di VIRGINIA MACGREGOR - Edizioni GIUNTI




Un romanzo che scorre con la fluidità di un torrente di montagna. Un libro che fa riflettere e non annoia. Uno spunto per aiutare ad affrontare la vita con le sue gioie e le sue tribolazioni, guardando da un'angolazione diversa, da una prospettiva che fa mettere meglio a fuoco quelle molte cose ed i particolari che, spesso, ci sfuggono. Il piccolo Milo, con il suo irrimediabile difetto ottico, vedrà dove chi ha occhi per vedere non riesce a mettere bene fuoco l'esatta verità della realtà.

Bello!

TC

Bambino - Uomo - Re - Dio - ? -


Foto "*"


"... Ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere Re. Ogni Re vuole essere Dio. Solo Dio vuole essere bambino..."

Segnalo il pensiero, qui sopra riportato, che un amico mi ha inviato ieri via SMS e che a lui stesso è stato inviato nel medesimo modo. Una riflessione per chi ha la Fede e, perché no,  anche per chi non ce l'ha...
TC

* (La foto utilizzata l'ho trovata in rete. Se fosse coperta da Copyright dell'autore e dovesse danneggiare qualcuno o creare disturbo, scrivere a consanitiziano@gmail.com e verrà immediatamente rimossa.)

giovedì 11 dicembre 2014

Sette anni di Sodalizio

Un classico in una nuova veste:


"...Comprensibile che l'uscita del libro provochi
non poche polemiche, sguardo indiscreto alla vita
minuta e quotidiana di un poeta già innalzato
unanimemente agli altari dell'intoccabilità del
genio che lo avrebbe anche consegnato a decenni
di scolari traumatizzati dai pessimismi cosmici
da portare agli esami. ..."

...

"...Il Sodalizio parla con l'italiano del 1880, che
non è quello di oggi ma è bellissimo, pieno e 
retorico, coi suoi termini desueti eppure vivi 
quando pronunciati a voce alta, che svelano 
lentamente il loro significato e fanno innamorare
di una lingua che molti vorrebbero morta e invece
vive e prospera in un secolo di nostra grande 
letteratura. ..." 

...


lunedì 1 dicembre 2014

La macina piovuta

© Tiziano Consani - 2014 - Tutti i diritti sono riservati




Ghipino 'aminava 'n su le verghe 'n duve ci passava 'r treno con la chiòrba zeppa der su' pensà. Cor un occhio guardava le su' pèore e con quell'artro s'assiurava che 'r treno 'un passasse, a tutta birra e co' su' vagoni ar seguito, da 'n momento a l'artro...

La stazione di Sarrossore era a distanza, da' 'ampi 'n duve ragazzotto portava le su' pèore a cambià erba, come Treccolli da la Pieve. Chi poteva vedé co' su' occhi Ghipino drento a le du' verghe di ferro, col la chiòrba 'n tra nuvoli, di siùro, avrebbe ditto che 'r pastorino volesse smette' di sta' ar mondo... Nissuni sarebbe stato a pensà quello che poteva girà 'n der ceppi'one di 'uer bimbotto mingherlino, scarduffato e co' 'arzoni 'orti.




Anco se la brinata di gennaio faceva scricchiolà e' pò'i fili d'erba 'he c'eran 'n tra 'na traversa di legno e 'na 'ntra, de le verghe di ferro de la ferrovia, nemmeno le scarpe finite col a bocca aperta 'n sur davanti e e' diti de' piedi 'operti di geloni che ni sortivan fòri da 'arzetti 'onsumati, eran cose bòne da fa' smette' di strizzà 'r ceppì'one a quer ragazzotto col l'aria mèsta di ruzzà a la pisana: pratiamente quella di 'ngaboià le 'ose senza 'he d'intorno 'un se n'accorgesse nimo.



La su' lampata era 'uella, 'n quarche maniera, d'èsse' bòno a fermà 'r treno. De' giorni prima, aveva già provato, a bischero sciòrto, a mette' 'n der mezzo a le verghe le su' pèore. Seondo lu' 'r macchinista ner vedé, da lontano, le beschie, lì 'n der mezzo, avrebbe dovuto fermà 'r treno per 'un mettélle sotto. 'Nvece, quello, si misse a sonà cor fischio der loomotore e lo tenne fermo a quer modo finacché, 'n pòo tempo, le pèore 'un si funno sparpagliate 'n de' 'ampi e levate da rompe' e' 'orbèlli 'n da le verghe. ...


Seondo Ghipino, la su' lampàta nòva avrebbe, di siùro, fermato 'r treno! Così, lu' avrebbe potuto montacci 'n sopra e poi, doppo, anco avé robba d'arraccontà ar su' nonno Pòrdo e a su' pa' Pordino e fanni vedé, a tutteddue, che anco lu' aveva fatto 'uarcheccosa di bòno per fa' ride' e fa' ruzzà la gente, la sera, a veglia 'n der canto der fòo. ...



'Un si sa come e con checcosa, quer bischerotto, rinseccolito 'om'era, fusse stato bòno, da sé, a fa' rivà 'n sino a Sarrossore 'na macina di verrùano, di scarto de li scarpellini di Rezzano. Di siùro s'era fatto da' 'na mane da quacheduno 'he ci avesse di suo, tanto di mulo e di barroccio. La macina era stata missa per diritto, lungo 'r ciglio de la via bòna, 'n cima ar campo. La 'osa faceva pensà che a Ghipino, anco s'era solo, ni riuscisse di falla 'rivà 'n sopra a le verghe di ferro 'n duve ci passava 'r treno. ...


Per er lazzerone, l'unì'o sistema per fermà 'r loomotore era 'uello di mette' 'n su le verghe quarcheccosa di bello sòdo. Che c'era di più meglio d'una bella macina da mulino? Era bella pesa e anco tonda. Sicché bastava falla girà. Co' 'n po' po' di vèrso e di pazienza, da sé, Ghipino, e' ce l'avrebbe fatta. ...



Ghipino, ch'era sempre a caminà 'n der mezzo a le verghe, strizzava a tutta randa 'r ceppì'one per trovà 'r sistema di fa' rivà la macina lì 'n duve era lu'. Sempre seondo lu', er manovratore der loomotore, ner vedé, da lontano, la macina, avrebbe fermato tutto l'ammendìolo prima di picchià ner duro. Drento la su' chiòrba e' si frullava discorsi 'ome: "Questa vòrta 'ui, voglio propio sta' a vedé! Er barrocciaio (come aveva battezzato lu' er conduttore der loomotore) potrà fa' fischià quanto ni pare, 'uella ferraglia 'he manda, ma la macina, lì 'n duve la metto, da sé, e' un ci si mòve davvero! Così 'r treno si deve fermà per forza e io, a quer punto, ci monto 'n sopra!" ...

Cor tutto 'r su' strizzà di chiòrba, da bambolotto, a Ghipino 'un ni passó nemmen ne l'antiambera der ceppì'one che l'òmo he mandava 'r loomotore potesse anco 'un vedé nulla e picchià 'n der verrùano di brutto e fa' sortì fòri 'na disgrazia di 'uelle da mette' paura anco a' bài de le budella. Nemmen ni viènse 'n chiòrba che per montà 'n sur treno bastava 'ndà 'na domenìa a la stazione. Da la maraviglia di vedé, a la su' maniera, 'ome fusse fatto drento 'r treno, per er ragazzotto 'un ci fu artro di meglio di poté pensà. ...


In pò'e òre, a son d'indà a cercà e' punti più 'n der pari de' 'ampi d'erba, Ghipino fece girà la macina. Poi, guasi a l'utimo, fece 'no sforzo per fa' piglià la rincorsa a la rotona, fanni superà la prima verga di ferro e potella fa' fermà 'ncastrata tra quella e la seonda, bella precisa e per diritto. 'Nvece, la spinta 'he ni dette, fece girà la macina d'un artro 'uarto e quella si misse di traverso e s'andó a 'ncastrà 'n tra du' traverse di legno senza 'he ci fusse più vèrsi di spostalla. ...

La rotona era 'n su le verghe der treno 'n der vèrso sbagliato e, doppo pòo più di cinque menuti, un velo fitto di nebbia fece sparì tutto 'uello che c'era lì e d'intorno.
Fu a quer punto che a Ghipino ni s'accese la fiammella 'n chiòrba e 'ncominció a sudà diàccio e 'nvió a avé paura che 'r barrocciaio de la ferraglia 'un vedesse quer che lu' aveva stioccato 'n su le verghe...
'Un fece 'n tempo a alambiccassi 'r cervello 'n po' po' di più, che prima sentì 'r fischio der loomotore, poi, a pòa distanza di tempo anco 'na botta sòda, 'nsieme a lo sferraglià der treno che pass
ó a diritto senza rallentà nemmeno 'n po' po'ino. Doppo, più niente, di niente. E doppo doppo...


Er velo di nebbia era sparito lì per lì. Er cardo der sole 'n su' 'ampi l'aveva fatto svaporà. 'N fondo ar campo si vedeva la macina che schizzava via sparata 'ome 'na palla di 'annone. La spinta, 'he ni rifiló 'r muso di ferro duro der loomotore 'n corsa, la fece girà forte ner su vèrso bòno 'n fino a mandalla 'n su la via bòna, 'n der mentre ch'arrivava, da la piana de la Var di Serchio, 'n carro carìo di farina...


'Un si pòle sapé come ma, di siùro, dato 'he macina e farina si sposano bene 'n tra lòro, come 'na palla da biriardo che entra da sé 'n de la su' bua, la ròta di verrùano, rimase diritta 'n su 'r su' rigo finacché 'un indó a picchià 'n su la gobba di riàrzo der fosso di sgrondo, 'n duve finiva 'r campo. Lì ci s'arzó di brutto e voló 'n sino a cascà, con tutto 'r su' pesà, propio 'n der mezzo ar carro de la farina! Lo spezzó 'n du' pezzi netti e precisi e fece schizzà, a sporvero, tutta la porvere bianca 'n fino, guasi, a Migliarino!



Er carro era tirato da du' bòvi e a cassetta, a mandallo, c'eran Cafièro e Argìa, marito e moglie di ceppo livornese ma òramai, da tant'anni, 'npisaniti 'n quer di Vecchiano.
E' du' bòvi si ritrovonno a zamp'all'aria e mugghivano 'mpauriti e 'nfarinati. E' du' conduttori der carro erano, 'nvece, 'n der mezzo ar campo, da l'antra parte de la via bòna e con la chiòrba infilata ar pari de le barbe de l'erba fresca. La macina era a du' passi da lòro, bella ferma, aggiaccàta per largo e 'ncastrata, mezzo parmo di mano, drento a la terra. ...


Cafièro 'un si dava a vince' di quer che n'era successo e Argìa, ch'aveva visto la macina piombanni addosso dar cielo, 'ncominció a urlà ar marito: "E' te l'avevo detto io, che stamani era tutto nuvolo e parato a grandina! Te, 'nvece, m'hai detto ch'era nebbia! Artro che nebbia, qui grandina macine da mulino!" L'òmo, 'nghiavulito, 'ntimó a la moglie di 'hetassi e ni precisó: " 'Ntanto, 'uesta macina, 'n quarche maniera, si porta a casa nostra. Ci sta che prima o doppo si sappi di 'hi sii e com'abbi fatto a piombacci addosso. C'è mancato pòo che 'un ci ammazzasse tutteddue 'n una bòtta sola. Di siùro, dar cielo, 'un è piovuta!" ...


Meno male che, a parte quarche ammacco, beschie e cristiani 'un riportonno danni addòsso.
Di certo, tutto 'uer che c'era, ner tondo di centro metri dar punto 'n duv'era 'ascata la macina, era 'operto di farina. A guardà l'erba 'n su 'ampi pareva 'he fusse viensuta giù 'na nevìata a tormenta.
Ghipino s'era rimpiattato bene drento 'na fossa 'n maniera che 'un lo poteva vedé nissuni e, lì, ci stette fermo e bòno bòno. La gente, ch'era 'n su la via, s'arricignolava 'r ceppì'one per capì come 'na macina grossa 'osì fusse 'ascata a fagiolo, 'n quer modo lì e come 'na saetta, 'n sur carro 'he portava la farina. Cafièro e Argìa, 'nghiavuliti per avé perso 'r carìo, provonno a 'ndà a raccontà 'r fatto a' 'arabinieri, ma lòro, a sentì di', da que' due, d'una macina... piovuta, li rispedinno a casa col l'invito di 'ndà a fa' 'na 'apatina a Vorterra: là c'era 'r maniòmio! ...


Er guidatore der loomotore aveva sentito 'na bòtta soda ma 'un s'era reso 'onto bene di 'uer ch'era successo. Primo, perché col la nebbia 'he c'era lu' 'un aveva visto niente, seondo, perché la rotona di verrùano, missa 'n su le verghe a quella maniera lì, si pòle di' 'n der vèrso bòno, 'un aveva fatto punto da freno, anzi, la spinta ch'aveva preso da la macchina der treno, cor muso di ferro fatto a freccia, lanciata a tutta birra 'n su le verghe, l'aveva sparà  'n avanti 'ome se quella fussen du' pallettoni da cignali tirati assième cor un fucile a doppietta der dodici...
Ghipino si tenne tutto per sé per un annetto bòno, poi, 'na sera, ar circolino di Tre Colli, 'n der canto der fòo, si misse a raccontà la su' bravata ma, di 'hi c'era lì, 'un ni ci dette di 'onto nimo. Lo piglionno anco per e' 'orbelli, lo trattonno da bischeretto e ni disseno che da lu', a su' pa' e ar su' nonno, ci 'orreva dar giorno a la notte...


La passata però, 'n paese, prese 'r via a èsse' arraccontata l'istesso per canzonà Ghipino. Ma 'na sera, ar barrino di Patacca, quello 'n der mezzo a la 'Urvaccia, 'n sopra ar bivio pe' Treccolli, c'eran lì, viensuti di fòri, a piglià 'n po' po' d'aria bòna di monte per quarch'òra, 'n òmo e 'na donna, marito e moglie, di 'uer di Vecchiano... Eran Cafièro e Argìa, quella 'oppia che mandava 'r carro 'uando ci 'ascó 'n sopra la macina... La sposa 'n cominció a 'ncheccà e er marito 'nvió a singhiozzà che pareva si strozzasse da sé. Poi urló: "Lazzerone, nato d'un sette, di Ghipino. Ci ho sempre la farina 'n bocca e nell'occhi!", poi guardó Argìa e ni gomitó contro: "Te lo dicevo, io, che le macine da mulino e' 'un pioveno giù da sé dar cielo e nemmeno vièngano a grandina!" ...


E anco 'uesta ganzata 'uni smisse più d'èsse' arraccontata e Ghipino viènse su bene come su pa' Pòrdino e 'r su' nonno Pòrdo! Anco la 'oppia livornese, òramai 'npisanita bene bene dar tempo e da la piana der Serchio, ci bevven subito 'n sopra 'n ber bicchiere di vinello per uno, 'ntanto pe' rompe' 'r diaccio e, doppo, sempre di seguito, 'n grappino e 'n bèr ponce a vela fatto fa', apposta, a la livornese, cor caffè che galleggia 'n sopra a mezzo bicchieri di rumme. Poi, col l'inghiavulimento sciòrto nel l'arcóre, guasi a novanta gradi, e' due vòrseno regalà a' Treccollesi la macina, ar patto che quella vienisse messa per ritto 'n piazza.

Abbisogna di' che 'un si sa bene se la macina zuppata drento a quell'antro pietrone di verrùano e ch'è 'n su la piazza di Treccolli, 'n duve 'na vòrta, davanti, c'era 'r ballatoio de la Gina e òra c'è 'r Conventino per mangià a strafugo d'onni bendiddio e, per chi guarda dar mare, (perché "Livorno" 'n pisano, tante vòrte di seguito, 'un si pòle pronuncià!), a la mancina de la scalinata 'he porta a la Chiesa, pròpio accanto a la fonte 'omunale, sia o 'un sia 'uella di 'uesto fatt'arraccontato. Si pòle di' che potrebbe èsse'... Chissà... Se ci venite a trovà, noiartri, e' vi s'aspetta a toccà col la mano la rotona di Ghipino!


Di strullate se ne racconta tante... Una più o 'na meno è come poggi e bùe: fa pari...

Fine

Se la storiella vi è piaciuta ci sono, pubblicati in e-book, due libretti che potrete trovare con facilità in tutte le librerie online digitando il titolo nelle caselle "cerca" dei vostri motori di ricerca web preferiti .Sono i seguenti
- Le storie di Pòrdo
- Er fantasma de la Porveriera

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PRESENTAZIONE

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